I Macachi, presepe povero dal fascino antico

Diciamolo, le polemiche su alberi di Natale, presepi e addobbi, sono uno degli sport preferiti, specie sui social, nel periodo festivo. Così a Roma l’albero di piazza Venezia viene battezzato “Spelacchio” per i suoi rami spogli e con pochi addobbi, in ogni borgo (la Liguria non è esente) si criticano le luminarie (troppo poche, troppo sfarzose, troppo tutto, insomma), ma è soprattutto il presepe a finire nel mirino o, meglio, le scuole che non lo fanno per non offendere le altre religioni (poche, per fortuna) ma che, in effetti, non lo fanno solo per pigrizia o per avere gli onori dei giornali e delle polemiche. Ora, da laico  convinto, nel segno della tolleranza, del multiculturalismo, del rispetto interreligioso (compreso il mio ateismo) dico, per quel che può interessare, che il presepe è decisamente la più affascinante manifestazione del Natale. Pensateci, si comincia a farlo ad inizio dicembre, la culla è vuota, i pastori lontani dalla grotta. Poi, giorno dopo giorno, i pastori si avvicinano, la mangiatoia ospita Gesù Bambino (e fa niente se i suoi capelli sono biondi, un po’ strano per un palestinese…), il 6 gennaio arrivano i magi. Un simbolo di pace universale in movimento anche in un angola delle proprie case. Per i liguri, però, il presepe non è solo quello della religione. E’ anche un momento di grande tradizione e fascino grazie ai Macachi. Ecco la loro storia.

Nel Savonese, le Albissole soprattutto, terra di ceramica, il presepe rinacque dopo la presenza napoleonica (che aveva vietato il presepe) nella forma più povera, ad opera di chi, vecchie e bambini, per l’età, era fuori dal mondo del lavoro e doveva convivere con una diffusa povertà. Gli ingredienti non costavano nulla: un pugno di argilla di scarto, la lavorazione in casa, la cottura gratuita nei forni delle tante fabbriche di stoviglie (ad Albisola, a inizio ’900, ce n’erano più di 50).

Le statuine, specie quelle più antiche, sono oggettivamente brutte, approssimative nei lineamenti e nei colori (fu per questo che i ceramisti in passato sprezzantemente le chiamarono così – “Macachi” –, tanto erano lontane dalle opere che nascevano dalla loro arte), ma cariche del sentimento e anche della fede di chi artista non si sentiva affatto, e le realizzava per venderle e rendere un po’ meno povere le feste di Natale.

 

È una magia, quella dei Macachi, che ben si addice al periodo di Natale. Oltre due secoli di tradizione di presepe popolare si calano in una realtà albisolese in cui chi lavorava nelle fabbriche di pignatte o era addetto alle fornaci, era in fondo alla scala sociale. Le donne (madri, mogli e figlie) di chi operava nelle fabbriche di stoviglie, erano, se possibile, ancora più in basso.

 

Erano costoro le figulinaie, che realizzavano le statuine del presepe, così brutte e sformate da essere sprezzantemente chiamate “macachi” dai ceramisti. Eppure queste piccole opere hanno resistito al tempo, diventando un patrimonio a fortissima caratterizzazione locale. I Macachi fanno parte della tradizione, se non addirittura della storia di Albisola; non sono uguali, nello spirito e nella forma, a nessun altra tipologia presepiale, eccezion fatta per  i “santons” provenzali, con cui le somiglianze sono tali che potrebbero portarli addirittura a un unico punto di partenza.

Le statuine del presepe albisolese ebbero il loro boom nei primi decenni del secolo scorso, fino alla seconda guerra mondiale. Una tradizione che va avanti ancora oggi.

 

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About the Author

Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...