Messer Davil, ad Albenga un nuovo gruppo che nasce dalle ceneri Indie…

Alberto “Cala” Calandriello prosegue la sua collaborazione con Liguriaedintorni.it con questo articolo molto esplicativo su un gruppo ingauno che vede una serie di “cialtroni” musicisti e intellettuali, giovani, ma non più tanti, che stanno dando una smossa al panorama musicale e culturale del Ponente.

 

I MESSER DAVIL sono un gruppo ligure che nasce dalle ceneri dei Soja Dream FM, cover band dall’attitudine decisamente rock, molto attiva in Liguria e nel Basso Piemonte nel primo decennio degli anni 2000. 

Il genere proposto dalla band è un indie-pop-rock elettronico, contaminato da diversi altri generi come dub, hip-hop, dance, reggae, cantautoriale. Per questo motivo i Messer DaVil si definiscono una band di “crossover orizzontale indipendente”, per raccontare, appunto, la presenza delle influenze più variegate all’interno delle loro composizioni.

LA SINDROME DI STOCCOLMA è il loro primo disco, un concept album che tratta il tema della prigionia volontaria e, per questo motivo, prende il nome dalla celebre Sindrome. 

Uscito il 14 giugno 2019, è composto da 17 tracce (18 nella versione in CD) è stato prodotto, mixato e masterizzato da Alessandro Mazzitelli (con Davide Aicardi e Mauro Max Maloberti) presso gli studi Mazzi Factory di Toirano (SV).

L’IDIOTA DIGITALE è il primo singolo. Affronta il problema del malcostume dilagante sui social network a opera di haters, troll e divulgatori di bufale. Il video è diretto e montato da Davide Aicardi con la tecnica del jump-cut per accentuare l’impressione che gli idioti digitali abbiano una vita solo davanti alla tastiera. 

Videoclip IDIOTA DIGITALE: https://www.youtube.com/watch?v=bnwtjrfYq8g&t=67s

SITO WEB: www.messerdavil.com 

FACEBOOK: https://www.facebook.com/MesserDaVil/

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/messerdavilband/

SPOTIFY: https://open.spotify.com/album/6v9y9kSrotxY2RFIXcOM7K 

APPLE MUSIC: https://music.apple.com/it/album/la-sindrome-di-stoccolma/1466474893

YOUTUBE: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_k97g46P_SeDUjUhE_EjxQ5Y4pIVUXxzlM

CANALE YOUTUBE: https://www.youtube.com/channel/UCLTpmUoW1wrol-HSRiZz17g 

Ciao ragazzi, partiamo prima di tutto dalle presentazioni, per Liguria & Dintorni oggi abbiamo con noi i componenti del “progetto Messer Davil”, diteci chi siete:

MD: Ale (Alessandro Lamberti) è il nostro cantante, Max (Mauro Maloberti) picchia sui tasti di synth e tastiere, ma soprattutto arrangia i pezzi e porta il gelato, Fughiz e Mauri (Federico Fugassa e Maurizio De Palo) si occupano del ritmo rispettivamente suonando il basso a molte più di quattro corde e la batteria, Davide (Aicardi) ha strimpellato le chitarre. Poi, ovviamente, c’è Mazzi (Alessandro Mazzitelli) il sesto uomo più forte dell’NBA (Nuove Band Albenganesi) che non ha solo prodotto e tirato fuori il sound dei Messer DaVil, ma ha anche suonato alcuni dei suoi favolosi giocattoli analogici (sintetizzatori n.d.r.) anni ’80!

Ho scritto progetto, vi considerate invece una vera e propria band?

MD: Per un motivo o per l’altro suoniamo insieme da oltre vent’anni e abbiamo litigato di brutto solo una volta (ridono)… siamo prima di tutto dei grandi amici che, quando il più folle del gruppo ha proposto di fare un disco insieme, non si sono tirati indietro. Se consideriamo il modo in cui è nato La Sindrome di Stoccolma, e anche la nostra attitudine un po’ retrò (leggi vintage), siamo più un collettivo artistico-musicale. Ognuno ha infatti potuto esprimere le proprie idee durante la lavorazione e ha registrato quello che riteneva più opportuno per il progetto. Abbiamo detto progetto? Quindi sì, forse lo siamo, ma sarà il tempo a raccontarne gli esiti. In quanto a essere una band, pensiamo di esserlo da quando abbiamo suonato insieme la prima volta. Il divertimento e la gioia di farlo sono sempre stati davanti a tutto… una bella storia, insomma, come direbbero i giovani d’oggi. 

La sindrome di cui parlate la troviamo ovunque ai nostri giorni, quale pensate che sia il suo effetto peggiore?

MD: come raccontiamo nel nostro concept album, esistono mille modi di creare una dipendenza con il proprio carceriere. Noi ci siamo semplicemente guardati intorno e abbiamo allargato il concetto a tutto il quotidiano. Ci spaventa molto pensare che cose insignificanti possano diventare una prigione. Non parliamo necessariamente di cose grosse o evidenti, pensiamo invece a concetti che per i più possono essere addirittura inesistenti, ma che per il singolo diventano l’intera ragione di vita. In questo senso, gli aspetti peggiori diventano probabilmente il non essere capaci a riconoscere più la realtà, o almeno una realtà differente (perché non si vuole giudicare nessuno, solo far riflettere). Sostanzialmente credo che si arrivi a pensare di non poter vivere diversamente da così. Le motivazioni possono essere davvero molteplici e se ci guardiamo onestamente allo specchio, in qualche aspetto dell’esistenza, ci ricadiamo tutti. 

L’indipendenza di cui cantate nel primo brano è ancora un valore per preservare la propria integrità o è una posa?

MD: L’intento di Indipendente da chi…?! è esattamente quello di analizzare questo aspetto e le ragioni dello stesso. Noi siamo sicuramente un gruppo indipendente, ma perché lo siamo? Per scelta o perché non abbiamo trovato un contratto con una major? O, come sembra suggerire la tendenza attuale, perché l’indie è diventato un genere a sé, di moda e gestito soprattutto, e paradossalmente, proprio dalle major? Noi non possiamo sapere se saremmo riusciti ad avere un contratto con una major perché abbiamo deciso di muoverci indipendentemente per velocizzare i tempi. Da qui in avanti abbiamo gestito, ovviamente, tutto in totale libertà e, appunto, indipendenza. Per noi essere indie significa questo, poter gestire il proprio lavoro senza pressioni, quale che sia l’ambito artistico considerato. Ma non pensiamo che il nostro sia un genere e nemmeno una scelta di vita. Potrebbe rimanere sempre così, potrebbe cambiare o potremmo non fare mai più un altro disco. Per qualcuno l’indipendenza è senz’altro un valore. Per altri un momento di passaggio, qualcosa che evolverà. Per alcuni un genere musicale vero e proprio. Indipendente da chi…?! racconta invece di tutti quelli che si nascondono dietro a una definizione per farne una posa o, coerentemente con il tema dell’intero disco, una giustificazione per non fare le cose come andrebbero fatte o, peggio ancora, per non saperle proprio fare. La volpe e l’uva, insomma. “Noi siamo indie perché le major ci fanno schifo!” quando invece sono loro ad aver fatto schifo alle major. C’è una foto moto divertente che gira su Facebook che ritrae Tom Araya (cantante e bassista della band di metallo pesante Slayer n.d.r.) sorridente, con una maglietta di Spongebob e un fan degli Slayer tutto tatuato, rasato, giubbotto di pelle nera, piercing e sguardo da duro. La didascalia recita: Tom Araya. Fan di Tom Araya. Non è la definizione. È la sostanza. 

Tanti generi, tanti stili, un discorso ricorrente sulla dipendenza, è più importante cosa si dice o come lo si dice?

MD: Le due cose non sono scindibili. Sicuramente abbiamo scelto di fare un album con un tema ricorrente come si faceva negli anni ’70, che è una cosa molto rara al giorno d’oggi, e abbiamo anche deciso di affrontare un argomento un po’ complesso, ma siamo sempre stati consci che l’imprinting con un lavoro musicale lo si ha prima di tutto con la melodia e soprattutto con il ritornello, per cui la musica è sempre rimasta in primo piano. Anzi, nella maggior parte dei casi è nata prima del testo. Bisogna trovare, insomma, il mezzo più immediato per far arrivare il messaggio a più persone possibili, soprattutto se il messaggio è importante. Abbiamo mischiato l’immediatezza dei pezzi degli anni ’80 con i contenuti importanti dei testi dei ’90. Tutto La Sindrome di Stoccolma si muove tra i confini tracciati da questi due decenni musicali. 

Il personaggio del primo singolo è un vero “idiota digitale”, pensate che da questo punto di vista le cose potranno mai migliorare? Non pensate sia necessaria una sorta di “resistenza digitale”?

MD: L’astinenza digitale è l’unica possibilità. La resistenza darebbe solo altro ossigeno al fuoco di questa gente. Isolarli e lasciarli da soli. Gli idioti digitali si nutrono dell’intelligenza e del buon senso degli altri e riescono a trasformarla in fango, bufale, odio… sono davvero bravi in questo. Alcuni strumentalizzano per scopi precisi, altri per semplice ignoranza e frustrazione. È impossibile spiegare loro qualcosa o farli ragionare. Siamo convinti che le cose non miglioreranno affatto, anzi! 

In diverse canzoni affiora la nostalgia per la vostra infanzia\adolescenza, con richiami a fumetti, musiche e film, anche il mito dell’eterna adolescenza è una sorta di dipendenza da cui liberarsi?

MD: L’aspetto della dipendenza non è mai totalmente negativo. Come detto prima, ognuno di noi ha la sua piccola Sindrome di Stoccolma. Quello che ci ha interessato durante la lavorazione dell’album è capire se alcune prigionie possono essere gestite o come vederne l’altra faccia. La cultura pop permea la nostra vita, e ci sembrava giusto omaggiarla così come abbiamo omaggiato gli anni della nostra formazione musicale. La nostalgia, il ricordo e anche la malinconia per alcune fasi della vita sono assolutamente normali. Ma pensare alla fanciullezza come qualcosa da preservare può portare a diversi bivi. Rimaniamo bambini, immaturi, senza prenderci responsabilità né impegni, o diventiamo adulti seri e responsabili, tristi, che non sanno più giocare, gioire e provare certi “sentimenti sepolti e ormai inutili” (cit. da Non Tornerai Mai più)? Tra tutte le dipendenze, quella del ricordo dei momenti felici vissuti in passato, è sicuramente l’ultima da cui liberarsi! 

Come è stato il processo creativo dell’album? Chi ha scritto i testi e chi le musiche?

MD: Il processo creativo, come detto in precedenza, è stato lasciato totalmente libero per ogni partecipante alle registrazioni (oltre ai Messer DaVil, nel brano Quello Che Avviene Ogni Giorno, compare il basso di Emanuele Gianeri). Possiamo raccontarlo dividendolo in 5 fasi. 

La prima, durata oltre tre anni, e che è continuata anche a registrazioni iniziate, è quella di Songwriting, ossia la scrittura di musiche e testi. Davide si è occupato di questa prima fase (che è rimasta però in evoluzione per tutto il tempo a seconda delle esigenze che si presentavano di volta in volta), iniziando a registrare alcune basi per potersi meglio figurare la conformazione finale del pezzo. 

DAVIDE: Questo perché, a differenza degli altri, non sono un musicista vero. Registrare le parti mi ha permesso uno sviluppo creativo molto più completo perché, una volta fissato il brano sul programma di editing, avevo la possibilità di smontarlo e rimontarlo, tagliando e spostando più volte e provando soluzioni diverse. 

MD: La seconda fase, di Arrangiamento e Pre-produzione, ha occupato circa due anni. Ad occuparsene è stato Max che, con Davide, ha inciso le chitarre e i synth, arrangiato e strutturato i brani fissando una ritmica, momentaneamente, solo elettronica e finalizzato una trentina di pezzi. 

MAX: I pezzi di Davide erano pieni di roba. Andavano aggiustati e, soprattutto, snelliti. A volte del tutto ri-arrangiati. A ogni passaggio cambiavano forma, ma questo è avvenuto fino alla fine della lavorazione. 

MD: Il terzo passaggio ha visto la registrazione delle Voci, ed è durato circa un anno. Alessandro arrivava in studio con proposte per migliorie e cambi sulle linee vocali e poi, con la voce guida fissata, lavorava ancora giorni interi sulla progettazione delle seconde voci, che registrava in delle sessioni successive. 

ALE: Alcuni brani straripavano letteralmente di parole. Parte del lavoro creativo sui testi è stato fatto anche in studio di registrazione. Ricordo, per esempio, il ritornello di Ventisett’anni. Lo abbiamo completamente riscritto mentre lo registravamo, dimezzando il numero di vocaboli da cantare. 

MD: Il quarto passaggio è stato il più veloce di tutti. In un solo mese Mauri e Fughiz hanno registrato le ritmiche. Entrambi hanno portato in studio diverse soluzioni per le varie tracce, e abbiamo deciso di registrarle tutte per poi capire quali fossero più adatte al mood del pezzo. In alcuni casi le nuove tracce hanno sostituito completamente quelle elettroniche messe da Max, in altri si è deciso di compenetrarle, lasciandole entrambe (e facendo impazzire Mazzi in fase di mix).

MAURI: Abbiamo studiato i pezzi e ci siamo confrontati. Quando siamo arrivati in studio avevamo le idee chiarissime ed è stato facile convincere gli altri. L’unico brano che ha dato un po’ di problemi in più è stato Quello Che Avviene Ogni Giorno. Complice l’ho registrato con un mega-charleston di mia invenzione. Ha un suono grossissimo!

FUGHIZ: Davide si è fissato che avremmo dovuto tenere il basso synth in Millenium Bug, ma voleva che anche io suonassi nel brano. Così mi sono portato a casa la traccia di Synth e ho registrato doppiandola alla perfezione. È stato un lavoraccio. Nel pezzo centrale di Digli Che è Vero, invece, mi hanno chiesto di essere il più tamarro possibile… ed è nato lo stacco in slap! 

MD: il resto del tempo è servito per Mixaggio e Mastering. Mazzi è stato presente e fondamentale durante tutta la lavorazione, ma qua ha dato il meglio di sé, tirando fuori tutte le tracce di strumenti di cui abbiamo infarcito le canzoni, aggiustando delle parti che non funzionavano e, soprattutto, aggiungendo in diversi pezzi dei synth vintage di cui andiamo molto fieri! Ci siamo divertiti un sacco! 

MAZZI: Ma se vi scannavate ogni volta! 

MD (insieme): Shhh!!!

L’amore crea dipendenza?

MD: Le patatine fritte creano dipendenza? E la musica? Chi ama la musica, riuscirebbe a rinunciarvi? Tutte le cose belle creano dipendenza. Pensiamo sia normale. Quello che secondo noi è più interessante capire è cosa c’è sotto una definizione. L’amore, per esempio, che cos’è? Pensiamo subito all’amore per un compagno o una compagna. Ma non è forse amore quello per i figli, per un genitore, per un cucciolo o per la propria squadra del cuore? La canzone Quello Che Proteggiamo parla di questo, di tutte le forme d’amore e della dipendenza da esse. Ma, come per la domanda sul ricordo, la Sindrome di Stoccolma subentra quando questo è visto da un altro punto di vista. Si può essere dipendenti, per esempio, dall’idea dell’amore, o dalla paura di perderlo, o dal timore del cambiamento, o delle proprie insicurezze, o dai sensi di colpa, o dal pensiero di non farcela da soli o di rimanere soli… forse l’amore è la dipendenza per eccellenza. Per questo, trasversalmente, attraversa tutto l’album, e del concept stesso, ne è l’antidoto. 

17 canzoni, 75 minuti di musica, per essere un “disco d’esordio” avevate un sacco di cose da dire! Non temete che questa lunghezza “spaventi” chi vuole ascoltarvi? 

MD: Siamo certi che lo farà. Tornando indietro forse accorceremmo alcune canzoni, non il numero delle tracce. Ma la realtà è questa. Ci siamo guardati e ci siamo detti: “Faremo mai un altro album?”. Non avendo una risposta, abbiamo intanto riempito questo di (speriamo buona) musica. 

Quindi avete usato tutto il materiale composto o c’è spazio per un nuovo disco?

MD: Sono stati scritti 94 brani nell’arco di tre anni e mezzo. Ne sono stati pre-prodotti una trentina. Nel disco ne sono finiti 17 più una intro. A occhio e croce abbiamo materiale per altri 5 album. 

Mi piacerebbe che ognuno di voi mi dicesse un disco che nel corso delle registrazioni de “La sindrome di Stoccolma” ascoltava spesso o che comunque ritiene lo abbia influenzato in quei giorni. E poi un disco da cui vi sentite dipendenti.

MAX: Dipendo totalmente da Kind of Blue di Miles Davis, anche se di jazz nel nostro disco non ce n’è per niente. Non ascoltavo nessun disco in particolare durante le registrazioni e in fase di arrangiamento, però in quel periodo ho guardato un sacco di documentari riguardanti la cultura hip hop e la sua evoluzione.

ALE: Allora: Paul Kalkbrenner “7” e Crosby Pewar Raymond “live at Wiltern”.

FUGHIZ: Io sono in fissa da mesi con Geography di Tom Misch. In quel periodo non saprei di preciso. Il disco della dipendenza… Baduizm di Erykah Badu o Brown Sugar di D’Angelo… non saprei come scegliere. Diciamo la Badu… che è un bel vedere. 

MAURI: Tutta la discografia di Albano e Romina Power.

MD (insieme): Dai scemo! 

MAURI: È dura per me rispondere perché ascolto più o meno tutto… in quel periodo (in effetti molto lungo) non ascoltavo niente di particolare… non saprei davvero cosa rispondere. Però per risolvere la batteria di Quello Che Avviene Ogni Giorno avevo in mente un pezzo ben preciso: Incantevole, dei Subsonica.

MAZZI: The Sound, All Fall Down. Il disco della dipendenza è Mezzanine per gli anni ‘90 o New Gold Dream per gli ‘80, vedete voi in quale decade collocarmi.

DAVIDE: Decido io. Ti lascio i Simple Minds e i Massive Attack me li prendo come disco della dipendenza. Durante le registrazioni ascoltavo praticamente solo i giornalieri. Cercavo errori, cose da cambiare, migliorare. E poi in effetti arrivavo in studio e dicevo a Mazzi: “so che mi odi, ma dobbiamo riaprire la traccia 7”. È successo più o meno un centinaio di volte. Quella è stata la mia Sindrome Di Stoccolma. Da quando è uscito il disco, invece, il 14 giugno, non l’ho più messo su. 

Porterete “La sindrome di Stoccolma” dal vivo? Avete progetti in tal senso?

MD: Certo. Ma a partire da quest’autunno, non prima. Mentre lavoravamo sull’album non abbiamo avuto tempo di provare il live, e per un discorso meramente produttivo non possiamo improvvisarlo con pochi strumenti, ma dobbiamo organizzarlo per rendere giustizia alle sonorità del disco. La Sindrome non può, purtroppo, essere suonata nel pub sotto casa, ha bisogno del giusto spazio e volume per far respirare i suoni e valorizzare i singoli strumenti. Inoltre c’è la parte elettronica, quindi diventa molto complesso mettere insieme tutti questi pezzi in una performance dal vivo. Abbiamo bisogno di questi mesi per mettere insieme le idee e provare. Da ottobre inizieremo a suonare nei club, e da primavera in poi compariremo in alcuni festival. Nel frattempo la promozione andrà avanti, oltre L’Idiota Digitale, verranno estratti dall’album altri sei singoli (e connessi videoclip) che ci porteranno a fare uscire l’ultimo in prossimità dell’estate 2020 della quale, ovviamente, diventerà la hit più cantata e ballata di tutti i Bagni Lino (non quelli di Ceriale, quelli di Vadino). 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...