Ormeasco, un rosso ligure che invecchia molto, ma molto bene…

Il titolo lo prendo dall’amico Paolo Massobrio: l’Ormeasco non chiamatelo Dolcetto… Perché scrivo questo? Perché a Pieve di Teco, durante Expo Valle Arroscia, c’è stato un interessante, direi interessantissimo esperimento dove sei bottiglie di ormeasco (teoricamente clone di dolcetto), invecchiate, sono state degustate e criticate, per quanto la critica, in questo caso, sia stata molto positiva.

Al tavolo della degustazione dei grandi esperti del vino, da Paolo Massobrio, guru del gusto, ad Ivano Brunengo, presidente dei sommelier Fisar delle province di Imperia e Savona, per arrivare ad Augusto Manfredi,icona dei sommelier Ais (questo per dire che le famiglie di Sommelier, molto spesso, mettono da parte le bandiere e si uniscono per il bene dei vini liguri) e da altri appassionati del vino ligure, soprattutto di ormeasco, vero must dell’enologia eroica, quella di montagna, che Soldati, grandissimo conoscitore di vini e territori, definiva come “le più belle vigne che avesse mai visto”. Sul tavolo della degustazione sei bottiglie, come si diceva, la prima un Braje di Cantina Lupi del 2013. Ottimo vino, a distanza di otto anni ancora in fase di crescita, capace di sprigionare profumi di frutta rossa, frutta secca, macchia mediterranea. Poi, sempre 2013, un superiore di Tenuta Maffone, vigna alta, 700 m sul livello del mare, 14,5°, vigneto a piede franco, vino di altissimo livello, profumato come deve essere un ormeasco, senza nessun difetto. Si va indietro negli anni, 2011, un blend di vari vitigni, di vari produttori, affinato in botti dalla Confraternita dell’ormeasco.  Teoricamente un vino che potrebbe avere difetti, non tutti i produttori aderenti alla confraternita, infatti, possono aver vinificato nel momento giusto, non tutti potrebbero aver eseguito le operazioni, in vigna e in cantina con le giuste precauzioni, e invece… Un buon vino, anche questo con profumi che sembrano imbottigliati da 2 o 3 anni e non da 10. Ora ritorno al futuro, si arriva al 2009, un ormeasco di un piccolo, ma bravo produttore, Gualtieri, anche questo perfetto, grande vino, invecchiato bene, con profumi e sapori che sorprendono. Ma le sorprese non sono finite. Si arriva a due bottiglie veramente storiche.  La prima è un 2004, presa dalla cantina personale di Ivano Brunengo. Il vino è vinificato ad uso familiare, e nonostante gli anni, conserva le qualità dell’ormeasco, tannini, morbidezza, cremosità e ovviamente profumi adeguati. La sorpresa maggiore, però, arriva all’ultima bottiglia, 1974, quasi cinquant’anni e per un vino, sia pure rosso, sia pure di montagna, sono tanti, tantissimi. A vinificarlo è stato Armando, Gin, il nonno di Ivano. Una sorpresa bella, bellissima, un vino non solo ancora bevibile, e godibile, ma con profumi e sentori ancora più ricchi. La dimostrazione che l’ormeasco può avere non solo una grande vita, ma anche una grande visibilità mediatica, al pari di alcuni grandissimi vini rossi piemontesi o toscani. Certo, quello ormeasco di quasi mezzo secolo non può venire venduto ad una cifra inferiore ai 100 €, quasi impossibile in questo momento, perché l’ormeasco, e i vini rossi liguri in generale, non ha ancora quella considerazione da parte della critica enologica. La degustazione di Pieve di Teco, con la promozione a pieni voti dell’ormeasco invecchiato, ha dimostrato che c’è molto lavoro da fare per portare questo vino, un ambasciatore dei rossi liguri liguri a diventare un biglietto da visita dell’eccellenza enologica regionale. Bisognerà lavorarci, certo, ma la potenzialità c’è, ed è quasi un dovere coltivarla.

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...