Quando Albenga produceva il triplo concentrato di pomodoro per tutta l’Europa

Venerdì 19 ottobre si è aperto a Palazzo Oddo il ciclo di conferenze “Imprenditori Albenganesi di ieri e di oggi” organizzato dalla Fondazione Gian Maria Oddi con la collaborazione di Mario Moscardini e il sostegno dell’Associazione Vecchia Albenga. Il ciclo prevede la presentazione al pubblico di attività economiche che hanno caratterizzato la vita di Albenga nel passato o le imprese attualmente operative e famose a livello nazionale e internazionale. La prima conferenza ha avuto come argomento “Le fabbriche dei pomodori” presenti sul territorio albenganese dal 1895 sino al 1950. Una testimonianza diretta è stata fornita dalla signora Elena Marchiano nipote del fondatore della “Marchiano Domenico”, mentre per la “Silvestro Nasturzio” il coordinatore ha riferito la testimonianza della signora Giulia Giani Gonella. La signora Marchiano  ha coinvolto i presenti in una vivace ricostruzione di episodi e particolari perduti ed hanno fatto emergere un quadro interessante dell’Albenga nella prima metà del secolo scorso. Questo il resoconto scritto dal professor Mario Moscardini.

 

Sul finire dell’Ottocento la produzione dei pomodori nella piana di Albenga era molto diffusa. Il pomodoro, dopo una buona riuscita in primavera come ‘primizia’ sui mercati del Nord Italia ed esteri, a partire dal mese di giugno rimaneva  pressoché invenduto e rischiava di marcire sui campi. Alcuni imprenditori pensarono di sfruttare la sovrapproduzione acquistando ad un costo competitivo grosse partite di pomodori per trasformarli in conserva. Nacquero così ad Albenga nei primi anni del Novecento due fabbriche, una sul Viale Regina Margherita (oggi Italia) ad opera  dell’Impresa torinese “Bernachon e Nizza”, passata in seguito al genovese “Silvestro Nasturzio” con il nome ‘Società anonima Ligure’, l’altra la “Domenico Marchiano” sulla via al Piemonte. Le fabbriche erano pienamente attive per tre mesi della stagione estiva, mentre entravano in una sorta di letargo nel periodo invernale. Avevano un ciclo di lavorazione completo, che comprendeva il reperimento, la trasformazione, la conservazione, la spedizione del prodotto. All’inizio del mese di giugno i contadini si presentavano all’ingresso delle fabbriche con i carri carichi di cassette di pomodori che venivano pesati su un bilico nel piazzale interno. Essendo l’operazione abbastanza lenta si formavano sulla strada di accesso lunghe file di carri che infastidivano  non poco i passanti in quanto gli animali, durante l’attesa, diffondevano odori non proprio gradevoli. Nelle aziende veniva impiegato un numero considerevole di stagionali, dai quaranta ai cento addetti, uomini, donne ed anche ragazzi, che distribuiti nelle varie mansioni provvedevano al ciclo completo della trasformazione. La componente maschile curava la parte tecnica della lavorazione: i pomodori dopo essere lavati venivano cotti in apposite ‘boules’, grandi recipienti sferici del diametro di circa tre metri, alimentate da caldaie a vapore lunghe dai 15 ai 20 metri e larghe 2-3 metri. Ognuna delle fabbriche disponeva di una ciminiera assai elevata per la dispersione dei fumi e dei cattivi odori. Dopo sei sette ore di cottura i pomodori diventavano un ‘triplo concentrato’ a lunga conservazione.   Nella seconda fase lavorativa entravano in funzione le donne, cui toccava il compito di riempire grosse latte, contenitori cilindrici metallici dalla capienza di alcuni chili, che venivano poi accuratamente sigillate e immagazzinate. In una segheria annessa alla fabbrica si allestivano le cassette per la spedizione dei barattoli. I ragazzi aiutavano gli uni e le altre nella veste anche di apprendisti, destinati a mansioni complete una volta raggiunta la maggiore età.

Terminata la fase produttiva nel mese di settembre, la fabbrica si svuotava e restavano solo pochi addetti che provvedevano durante i mesi autunnali e invernali alla spedizione delle latte sui mercati italiani e stranieri. Se il tipo di lavorazione era pressoché identico, alcune caratteristiche  distinguevano le due fabbriche per diversi aspetti gestionali. La Nasturzio stipulava con contadini precedentemente selezionati un contratto in base al quale veniva stabilita in anticipo la quantità della fornitura. La Marchiano invece accoglieva i contadini che si presentavano spontaneamente all’ingresso con il carro sino a raggiungere la misura totale programmata. La Nasturzio durante la fase lavorativa più intensa forniva ai lavoranti una sorta di mensa aziendale, che consisteva in un abbondante minestrone preparato in una apposita caldaia. Nella Marchiano invece i singoli dipendenti si portavano il pranzo da casa. Mentre il mercato italiano era aperto ad entrambe le ditte, per l’estero la Nasturzio forniva prevalentemente l’Inghilterra, mentre la Marchiano dominava in Francia. In determinati periodi dell’anno le fabbriche alternavano alla conserva il confezionamento di altri generi alimentari come le marmellate,  l’olio d’oliva, ma il concentrato di pomodoro rimase il prodotto principale sino all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto la Nasturzio venne chiusa dall’occupante tedesco che aveva militarizzato la zona a mare di Albenga e non avrebbe più ripreso la sua attività. La fabbrica subì un vero e proprio saccheggio ad opera di ‘sciacalli’ locali che la depredarono di tutto il materiale asportabile. La Marchiano uscì indenne dalla fase bellica e nel 1945 tentò una ripresa della produzione, ma incontrò inattese difficoltà. I contadini albenganesi non coltivavano più il pomodoro nelle quantità precedenti e si stavano orientando verso prodotti alternativi. Venne così a mancare alla fabbrica la materia prima. La Marchiano acquistò per alcune stagioni notevoli partite di pomodori fuori Albenga, ma i costi si rivelarono troppo elevati e si vide costretta ad abbandonare il suo famoso ‘triplo concentrato’. Tentò di aprire altre vie commerciali con il confezionamento dell’olio d’oliva e la salatura delle acciughe, ancora abbondanti nel Mare Ligure negli anni Cinquanta. Le nuove produzioni si rivelarono scarsamente remunerative e nel giro di pochi anni la ditta fu costretta  a chiudere. Vi è da considerare che nel dopoguerra fecero la loro comparsa sul mercato italiano e straniero aziende molto più attrezzate e competitive delle fabbriche albenganesi sia nel confezionamento che nella distribuzione dei prodotti.

Gli scheletri delle due fabbriche con relative ciminiere sono rimaste in piedi nel completo abbandono ancora per diversi anni, tristi testimonianze di un tempo passato. La Nasturzio venne demolita negli anni Sessanta e al suo posto vennero innalzati una serie di palazzi residenziali che caratterizzano il Viale Italia. Un particolare curioso: un suo magazzino fu adattato a balera e con il nome di ‘Rucola’ è stata un ritrovo estivo semplice ma funzionale per molti anni. La Marchiano rimase in piedi, sempre in disuso, sino alla fine degli anni Ottanta quando venne costruito sui suoi resti un centro commerciale.

Mario Moscardini

 

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...