Simone Radiomandrake Parisi, dj e sommelier Ais racconta il rum Isla Coiba

Simone Radiomandrake Parisi, sommelier Ais dal 2004 e degustatore dal 2011, comincia da oggi la sua collaborazione (saltuaria, a seconda di gusto, voglia, ispirazione) con liguriaedintorni.it. La grande passione per la storia lo ha portato sempre più lontano, così lontano che stando a casa spazia tra Whisky e Rum come se fosse un Trecartaro alla stazione pronto a acchiappare lo stolto di turno. Talmente abituato ad avere un microfono in mano per presentare qualcosa (è un dj radiofonico e non solo), che spesso gli amici cercano anche l’interruttore per spegnerlo… ama il Rugby pratica il ciclismo e pensa che Torino sia stata e non potrà che restare Granata! (e questo è un colpo gobbo al patron del sito, malato bianconero, ma democratico).

 

IL SUO AMORE PER LO SPIRITO…

Io sono diventato Sommelier Ais.

Io sono diventato Sommelier ais perché ho patito il fascino contagioso del mondo del vino.

Io ho avuto la sensazione un giorno che un bicchiere di vino potesse essere paragonato ad una Matrioska, con un gruppo di sensazioni evidenti che ne racchiudevano altrettante ed ancora, fino a procedere verso il centro: quel nodo di segreti appena percettibili sui quali si regge il pavimento sul quale si cammina verso una bottiglia.

Io ho sempre amato la storia, ed ho sempre rincorso la geografia come un navigante qualsiasi attratto dai mondi lontani. Diventando Sommelier ho scoperto che di lontano non c’è nulla, e che, ad ogni sorso, potevo scorgere ciottoli, valli, fiumi e pure venti. E diventando Sommelier Ais ho trovato tanta storia e tanta vita passata.

Io ho sempre amato la terra, l’arte dei boscaioli, la solitudine saggia dei montanari, i gilet pieni di arnesi come raccontava Italo Calvino su “La strada di San Giovanni” illustrando le abitudini contadine di suo padre. E, diventando Sommelier, ho scoperto la terra spremuta in un bicchiere, ho conosciuto il carattere del vignaiolo e le sue scelte.

Degustare è come scoprire segreti diceva Salvador Dalì.

Degustare è stringere la mano ad un nuovo amico che si presenta e ti invita in casa sua, aggiungo io. 

Perché, spesso, pare di sentire i suoi calli, a volte pure il suo dopobarba, e pare di vedere le stesse vedute delle sue mattine di luce… Questo è un sorso di vino.

Io sono diventato Sommelier, ed all’inizio mi sembrava tutto impossibile, mi pareva d’avere i sensi atrofizzati, incapaci d’intendere. 

Ho vissuto ogni piccola conquista con la felicità d’un bimbo che impara a pedalare senza le rotelle, e non sono mai arrivato in cima al promontorio delle conquiste perché diventare Sommelier significa cominciare un sentiero e camminare con la pazienza e la curiosità di chi si innamora di tutto (come diceva Fabrizio De Andrè) e guardare i suoi panorami, odorare i suoi cespugli, poi assaggiare le sue mattine senza mai finire di emozionarsi per quelle piccole meraviglie che solo la Natura mischiata con la nostra anima può.

Io ho frequentato i corsi dell’Associazione Italiana Sommelier, iniziai con le stampelle ed un ginocchio esploso. 

Iniziai quello che definisco un’esperienza sensoriale. 

Ho scoperto un mondo fatto di persone con le stesse peculiarità, gente diventata Sommelier per almeno qualcuna delle mie motivazioni, ho trovato amicizie che ora ritengo fondamentali perché costruite sulla passione…

Ecco. Io sono diventato Sommelier, ho cominciato 15 anni fa, e da 8 sono Degustatore.

 

IL SUO PRIMO ARTICOLO PER LIGURIAEDINTORNI.IT

Ho appena terminato l’evento “Rum Day” a Milano nel quale ho prestato la mia opera come  “Spirit Specialist” per l’Azienda Mixer di Bologna titolare del marchio ISLA COIBA.

Ho appena finito di illustrare le caratteristiche dello stato di Panama, qualcosa della sua storia, ed ho appena terminato di versare pochi cl in un bicchierino di plastica (orrore! Ma é il secondo evento dopo il Bar Show di Roma nel quale mi imbatto in questi recipienti assurdi…) di Rum invecchiato 15 anni e 21 anni, e di condurre qualche piccola degustazione. 

Tornando a casa porto addosso la sensazione di sospensione, di lentezza. Difficile definirla davvero. Credo però che la parola “Attesa” possa riassumere tutto ciò. L’ho pronunciata spesso, invitando i frequentatori del mio stand a non aggredire subito il 21 anos per lasciare che i sensi possano abituarsi a cotanto spirito e cotanta materia. Non era la sede più appropriata, come non lo é nessuna fiera, nessuna giornata di questo tipo dove si ha a disposizione tutto lo scibile di un distillato così variegato, così antico e moderno allo stesso tempo, e così uguale a null’altro, diverso ad ogni latitudine perché prodotto ovunque nel mondo. Ho già condotto parecchie serate dedicate al Rum, ho sempre rimarcato il viaggio che la canna da zucchero fece partendo dall’oriente estremo, ed ho sempre sottolineato la particolarità di un continente che vanta un’economia strutturata su prodotti della terra che il mondo Occidentale ha deciso di coltivare da quelle parti: parlo del caffè (portato dagli olandesi nelle Antille) del Cacao (omaggiato dal Conquistadores Cortéz al Azteco Atahualpa, prima di radere al suolo il suo impero) ed alla canna da zucchero che nel secondo viaggio di Colombo nel 1493 sbarcó ad Hispaniola (Santo Domingo), ed ho sempre ricordato l’orribile tratta degli schiavi, deportati dall’Africa e trasportati a forza in America Centrale dove serviva grande forza lavoro, anche per via delle distillerie che via via andavano nascendo. Gli Afroamericani la chiamano MAAFA, ed é stata legale per più di 300 anni. La storia del Rum parte da qui, questo ricordo ogni qual volta mi opero per questo distillato. Ruggero Orlando, grande corrispondente Rai da New York disse che lo zucchero dovrebbe essere amaro per quanta sofferenza causò. Ma credo sia proprio il rispetto che tutto ciò implica a rendermi credibile dietro al banco di un evento dedicato al Rum.

Parlavo dell’estrema varietà di questo mondo. Non esiste una regola generale, solo qualche piccola abitudine condivisa, non é più nemmeno possibile relegare il mondo spagnolo verso una dolcezza marcata e sostenuta, quello francese dedicato solo al succo della canna e quello inglese mutuato dal mondo del whisky e come esso trattato. Avevo, ad esempio, un distillato di estrema sapidità dove prevale l’equilibrio, e dove anche la Mezcla (noi la chiameremmo Liqueur d’expedition) non eccede nella presenza caramellosa e stucchevole che spesso invade fino a definirsi come l’unica caratteristica organolettica percepita. (Insegno un piccolo trucco: una goccia di Rum sul palmo della mano, strofinate e scaldate. Aspettate e valutate quanto zucchero vi rimane appiccicato sulla pelle.. funziona). Ma avevo un distillato del grande colosso che prende il nome di Varela Hermanos distilleria Don José, dal 1908 ad oggi uno dei perni dell’America Centrale con 1 milione di casse l’anno (90% del mercato nazionale) e 700 dipendenti fissi. Ed avevo la possibilità di dare qualche delucidazione sul terroir, visto che la canna é di produzione locale, tagliata in parte a mano nei 1800 ettari di proprietà … non sempre si coltiva e distilla in loco, spesso ci si affida alle grandi piantagioni, veri e propri serbatoi di Melassa.

Concludo con una mia considerazione sull’andamento del mercato, spesso le mode e l’aspetto esotico di un nome in più in etichetta funzionano e catturano tanti occhi meno esperti, ma dire Burgundy Finish, o Barolo Finish vantando 3/6 mesi di affinamento in legni precedentemente destinati a chissà cosa non significa che 20/30 euro in più a bottiglia, nulla possono donare. Una moda che tanti degustatori sperano vada a terminare… ma sono gli stessi che sperano che la chiarezza intervenga anche nell’affinamento, con la presenza magari di qualche millesimo (molto più logico se si tratta di invecchiamento in Vintage Pallets) … ma forse no. Questo mondo é bello così. É come la Milano-Sanremo: la possono vincere in tanti e il pronostico così ampio dona alla corsa un alone di magia. 

Così é il Rum… vario, assurdo, amaro, dolce, senza troppe regole se non quelle definitive della degustazione.

 

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About the Author

Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...