Torneo del pallone di Apricale 2020: la resilienza e le conferme

Resilienza e conferme sono le parole giuste per parlare di qualcosa che, nonostante tutto, accade. Anche nel 2020 si è giocato il torneo di pallapugno di Apricale, a ridosso della valle Nervia, borgo spettacolare quanto complesso, sintesi di liguritudine vera. Tutto ciò è stato possibile, intanto, in rapporto all’adeguamento delle norme sportive promosso dalla Federazione Pallapugno, cosa che ha dato vita alla Superlega professionale. Un salvataggio della stagione in una fase storica davvero complicata. C’è un però. Ad Apricale non mollano mai. Anzi. Si gioca alla pallapugno e prima ancora al “pallone” con il bracciale, disciplina davvero nazionale avanti l’introduzione degli sport britannici. Si gioca da almeno quattrocento anni, tante sono le testimonianze in merito, che culminano anche in ormai ingiallite foto di campioni del passato con il gagliardetto della vittoria. Si gioca contro ogni possibilità, perché non c’è una grande piazza, ma un sistema di piazza, slarghi e stradina su due livelli, con una miriade di piccole regole e possibilità, che è bene conoscere, per cercare di portare a casa risultato e reputazione. Si gioca perché tutti, anche i grandi campioni, hanno voluto misurarsi ad Apricale. Si gioca perché né le guerre mondiali, né altre cause note e quinti tantomeno la recente pandemia, prese le opportune precauzioni, possono fermare Apricale. Anche quest’anno, dunque si è andati in scena con almeno tre turni di gioco. E ci sono allora anche le conferme. Da un paio d’anni a questa parte è il gruppo di Giovanni Ranoisio e i fratelli Somà a farla da padrone. Non è facile confermarsi ad Apricale, ci sono riusciti in pochi. Molti ricordano, in tempi recenti, la saga di Tamagno, l’impegno del sempiterno Voglino e vari altri. Il gioco è sempre quello, non ci sono evoluzioni, conta l’esperienza, il saper accettare il campo, la tattica, un po’ di fortuna e probabilmente molto altro, l’inconoscibile del pallone. La squadra vincitrice ha passato tre turni, ma lo ha fatto in scioltezza solo nella prima occasione. Poi gli ostacoli sono state le squadre di Mariano Papone e Alessandro Re, due mostri sacri della pallapugno professionale. Ne sono venute fuori partite spettacolari e tiratissime. 12 a 11 nel primo caso e 13 a 10 per la finale. Una finale in fondo tutta legata al mondo di Imperia, che nella pallapugno resiste, anche se gli appassionati del Ponente ligure sono tanti e disseminati in molte località. I vincenti hanno giocato con Davide Somà sempre in battuta, lui che è centrale di ruolo nello sferisterio. Il fratello Claudio uomo ovunque e Giovanni Ranoisio fisso in ribattuta nel cosiddetto “buco”, il caruggio sottocastello dove il più delle volte il pallone si infila e non esce. E dire che di fronte c’era il talentuoso Alessandro Re, ragazzo che vende sempre cara la pelle, l’espertissimo Corrado Agnese e il giovane Dalocchio, frutto del fertile vivaio impero-dolcedese. Una partita come un braccio di ferro fino al 10 a 10 e risoltasi nel finale. Pazienza se quest’anno il pubblico praticamente ha occhieggiato a distanza e se non c’erano le ignare bellezze o le disorientate famigliole straniere che incappano nella canéa delle partite. Il ritorno in grande stile sarà ancora più bello. Il rito continua.

Alessandro Giacobbe

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Stefano Pezzini
Vecchio cronista alla Stampa, mai saggio...